martedì 3 settembre 2024

Il diritto alla felicità, il principe di Salina in una conversazione impossibile

 

Le Ragioni del cibo

Master Chef Margheritese e  diritto alla felicità

di 

Lillo Alaimo di Loro

          

                      Dopo un bel sabato sera a Santa Margherita Belice  a parlare di Sciascia, cibo e diritto alla felicità, il piacere di incontrare il principe di Salina per una conversazione impossibile sul destino della Sicilia e dei sud del mondo. 

L’occasione ci è offerta dal 4° Food Cooking Competition Fest, il  Master Chef Margheritese che si è svolto proprio nel paese del gattopardo  lo scorso sabato 17 agosto. Un format vincente e collaudato, ideato e magistralmente organizzato dallo chef Michele Ciaccio che per l’edizione 2024, condotto da Santina Matalone, ha visto la partecipazione di chef stellati e amatoriali, esperti di  gastronomia e di enologia che si sono avvicendati in preparazioni sofisticate ma fortemente radicate al territorio di cui esprimono le migliori essenze, grazie all’utilizzo dei prodotti territoriali di eccellenza. Una straordinaria occasione per parlare di cibo e di promozione del   territorio attraverso i Borghi Genius Loci De.Co. di cui  la bella Santa Margherita Belice fa parte. Cibo che cura e che rende felici, ma che può diventare strumento di ingiustizie e disparità o che  può uccidere il corpo e lo spirito, quando nel processo produttivo si perde di vista il legame che questo deve mantenere con la terra e quando chi lo propone ha perso il senso profondo della raccomandazione di Ippocrate, riconosciuto padre della medicina moderna:Fa che il Cibo sia la tua Medicina e che la Medicina sia il tuo Cibo”.  In altre parole se mai il cibo avesse una ragione, sabato 17 non ci si è risparmiati nel  ricercarla. A ragionarci su,  oltre al sottoscritto, in qualità di autore del libro La Ragione del Cibo, c’era Erina Montalbano -Presidente della locale Proloco,  Nino Sutera – Coordinatore editoriale  di Terrà Multimediale dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura, Santina Matalone - giornalista, Gaspare Viola - sindaco di Santa Margherita Debhora Ciaccio Assessore alla Cultura, gli chef Francesco Bonomo e Calogero Guzzardo  


 

 A Santina Matalone è stato conferito il riconoscimento di Custode dell'Identità Territoriale, del percorso Borghi GeniusLoci De.Co. Il riconoscimento viene attribuito a chi  si dedica a preservare, valorizzare e promuovere le caratteristiche uniche di un territorio, inclusi i suoi aspetti culturali, storici, paesaggistici e gastronomici. Questo ruolo è fondamentale per garantire che le tradizioni locali e le peculiarità di un luogo siano conservate e trasmesse alle future generazioni.

Tutti insieme  per accostare la tavola del Gattopardo e quella di Leonardo Sciascia in un unico grande crogiolo di storia e umanità mediterranea. Poi la premiazione dei concorrenti ed il premio principale assegnato a  Romdhani Radhia e Selmi Rawen per la   preparazione a base di CousCous, giusto per ricordare quanto questo mondo sia inter connesso, nelle economie ma soprattutto nella storia, nella cultura e nell’umanità. 

Dalla magia di tale serata, il desiderio di chiedere ad un osservatore di eccellenza il perché della felicità negata o magari solamente incompiuta dei popoli del sud di cui la Sicilia è paradigma, si proprio a lui, il principe di Salina!!  

 

La conversazione impossibile 

con il Gattopardo di Sicilia

Svegliandoti, di domenica a Santa Margherita Belice “ non puoi non cedere alla tentazione di un passaggio da don Fabrizio, Principe di Salina, il Gattopardo, magari solo per un saluto presso il piccolo ma curatissimo museo delle cere. Infatti ne ho approfittato di buon grado. Troppo forte il desiderio di chiedere, proprio all’”antico legno” dell’’aristocrazia siciliana, una riflessione sulle conseguenze della frase pronunciata da suo nipote Tancredi Falconeri: ‘Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi’.


Don Fabbrizio mi accoglie in piedi, in abito scuro, mi guarda con volto severo ma cortese e poi, con tono confidenziale e come se mi conoscesse da tempo esordisce dicendo di essere contento di vedermi, sorpreso che ci sia ancora qualcuno che si scomodi  per porre domande le cui risposte dovrebbero ormai essere scontate. Ma da buon siciliano si affretta a chiarire che comunque: “Domandare è sempre lecito, mentre rispondere è cortesia”. Come a dire che la domanda è sempre un’opportunità, spetta piuttosto a chi risponde, trovare i tempi e i modi giusti affinché mai  le risposte e le conversazione in genere non declinino nell’impertinenza o peggio nella banalità.  

A detta di don Fabrizio, che entra subito nelll’argomento, i politici italiani hanno preso troppo sul serio la frase di Tancredi, trasformandola in una sorta di alibi per ogni negazione di cambiamento. A distanza di ben 164 anni, dice con tono pacato ma incalzante, sono troppe le cose che sono rimaste praticamente invariate, anzi che sono peggiorate. La Sicilia dice, è ancora troppo lontana dalla normalità. E dire che ci sarebbero una serie di cose, tutto sommato semplici, da fare velocemente per rendere libero e felice il popolo siciliano. Ma evidentemente per poterle realizzare, per  prima cosa è necessario che i siciliani, al pari degli indigeni di tutto il mondo, imparino a pretendere il diritto alla felicità e si convincano che il posto migliore possibile dove vivere  e’ in genere proprio la terra in cui sono nati. Come dire, imparino a riprovare amore per la propria “casa”, ma soprattutto impariamo che la “restanza” è un vero atto eroico, di resistenza. Mentre la partenza è spesso più una resa. E proprio la terra in cui si è nati, dice, il luogo in cui il diritto al  cambiamento è pieno e inviolabile.  La Sicilia come l’intera area mediterranea è una terra baciata da Dio, ricca di tutto. Di aria pulita, biodiversità, reti ecologiche, paesaggio, grano e cibo straordinario, frutta di tutti i tipi in tutte le stagioni, acqua abbondante in ogni territorio, ma anche petrolio, vento e sole e poi archeologia, architettura, clima confortevole. Insomma, un posto dove vivere è una pratica di natura e la felicità è a portata di mano. “Come nella casa di una famiglia benestante di un tempo”. Dove tutti i bisogni (reali) possono essere soddisfatti con facilità e ci si può permettere qualche svago e qualche vezzo. Una casa in cui si utilizza l’acqua del proprio pozzo, il grano dei propri campi e la frutta del proprio giardino. Che assicura lavoro ai propri dipendenti e ha il pieno controllo della qualità dei beni che consuma. Che pratica la gestione oculata del rapporto complessivo tra reddito e spesa, tiene lontani i debiti e consente anzi un certo risparmio per i tempi di crisi. Così per le finanze, come per l’acqua e le altre risorse. Guarda la Sicilia di oggi, invece, cosa è diventata. Dico Sicilia ma la considero il paradigma del mediterraneo, del nostro mondo. È una decadente famiglia aristocratica un tempo benestante, ormai diventata triste e indebitata. Amministrata così male, nel tempo,  che oggi è costretta a bere acqua che compra a caro prezzo da quelli a cui prima ha regalato le sorgenti. Che paga con quattro chili di grano dei suoi campi un caffè e consegna 20 chili dello stesso grano in cambio di  un chilo di pane fatto a sua volta con farina di dubbia provenienza e ancora   200 kg per una cena a ristorante, che in genere nulla ha a che fare con l’antica  bontà della sua cucina di casa.  E così via con le spese per la pulizia, i sevizi, la manutenzione. Pensa all’assurdità del mondo di oggi, 200 kg di grano duro siciliano consentono a malapena una cena a ristorante ma equivalgono  all’incirca a quanto serve ad una persona per vivere per un anno intero.  Ma tornando a noi e alla Sicilia di oggi, avendo licenziato i dipendenti della casa e chiuso la cucina e tutto il resto, la spesa è andata fuori controllo e i debiti hanno costretto ad ipotecare la casa di famiglia, i terreni e anche il futuro. Lo stesso è avvenuto in quella che oggi chiamate Europa. Man mano che si riduce il valore delle produzioni interne, soprattutto quelle del sud, aumenta l’indebitamento complessivo dei paesi europei  verso le banche private e con esso l’obbligo a rinunciare alla propria libertà di Stati e territori sovrani.

 


Insomma principe, lo interrompo sconfortato, se ho compreso il suo messaggio: la Sicilia, paradigma dei sud del mondo, è sempre stata ad un passo dalla felicità ma non è mai riuscita o non gli è stato mai consentito di viverla a pieno questa felicità.  Ritiene in qualche modo che vi sia ancora una via d’uscita da questa impasse o pensa che questa terra, e con essa l’intero contesto a cui è connessa sia irredimibile?

Si caro amico, è proprio così!!. Viviamo con la felicità a portata di mano, in una sorta di paradiso terrestre, ma abbiamo nel cuore il buio del male di vivere. È colpa dei siciliani? E colpa di chi li opprime con abile astuzia? Non so dirti. O meglio, è bene che ciascun popolo cerchi da solo la sua risposta. Voglio invece riproporti quanto ebbi a dire a suo tempo: “noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra." E così è stato. E così è!!.

Mi chiedi se questa terra sia irredimibile. Può essere, come non può essere. Tutto dipende, irrompe il Gattopardo, da quanto i siciliani è sostanzialmente tutti i popoli del mondo tengono ancora alla propria libertà. Al punto in cui siamo la situazione è complessa ma in tutti i problemi umani c’è sempre una soluzione umana. Mi pare che qualcuno qualche volta, rivolgendosi ai mal governanti, abbia detto: una risata vi seppellirà!!!. Magari potreste iniziare da quello, visto che  di cose che fanno “scatasciare”  dalle risate di certo non ve ne mancano. Vedi il ponte di Messina ad esempio.

Per essere pratici, continua il Principe, eccoti un piccolo elenco di cose urgenti che i siciliani potrebbero pretendere  al posto o prima del ponte, che ormai da oltre 70 anni viene  venduto come la soluzione per ogni male. Ma quale ponte!! alla Sicilia servono cose semplici che la rendano normale:

strade senza buche, città senza spazzatura, cura del verde pubblico e del decoro urbano, autostrade complete ed efficienti, raddoppi ferroviari, università pubbliche senza baroni e senza numero chiuso, medici di base di formazione “pre farmaceutica” che sappiano curare la salute, prima che la malattia, presidi sanitari e prevenzione seria, ospedali efficienti ma  vuoti ( perché si è lavorato bene con la prevenzione), grano e cibo locale  biologico, senza i veleni dell’industria,  che renda felice chi lo mangia e chi lo produce, aumento della superficie forestata di almeno il 10-20% l’anno in ogni Comune per creare posti di lavoro e migliorare il clima, acqua pubblica e pulita che sgorga dai rubinetti, sistemi di approvvigionamento idrico integrato tale che ciascun Comune gestisca con buon senso le proprie fonti che integrerà con la rete generale regionale dell’acqua pubblica che ne uscirà quindi decongestionata, monitoraggio ambientale continuo sul rischio eco mafie ed eco politiche , narrazione della qualità della vita nei sistemi territoriali locali e investimenti sui giovani per premiare la “restanza” e la “ritornanza” per consentire a chi lo desidera di poter vivere felice protagonista anche a casa propria.


 

Ma principe, come possono i siciliani pretendere questo cambiamento, non ricorda la frase che lei stesso disse al suo ospite, il funzionario piemontese Chevalley: “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria”;

Caro amico, risponde il Gattopardo, con una certa stizza mal celata, come chi teme di essere cascato in un tranello dialettico, quando io dicevo i siciliani, mi riferivo alla classe dominate, ai governanti, siano essi baroni o capi popolo. A tutti quelli che si sono assunti la responsabilità di  rappresentare i bisogni e di custodire il destino di questa terra. Per dovere di nascita o per vocazione. Non mi riferisco al popolo, alla gente comune che quelle decisioni spesso le subisce inerme. Certo il popolo siciliano è la vera anima della Sicilia ma raramente ne ha determinato il destino. La gente semplice ne rappresenta certo a pieno titolo il Genius loci, lo spirito del luogo, che in ogni tempo rivive con meravigliosa intensità in ogni azione concreta che uomini e donne compiono ogni giorno per vivere.  nel rapporto intimo con il territorio, fatto di scelte responsabili e sostenibili. Da sempre, da molto prima che tutti parlassero di ecologia per riempirsi la bocca di parole di moda. Parlo del popolo  siciliano, fatto da eroi inconsapevoli e del loro rapporto con il cibo, la cucina territoriale, le tradizioni. La genuina intensità di questo rapporto tra i popoli della Sicilia e il territorio, ha generato la variabilità straordinaria che oggi conosciamo. Pensa alle oltre cinquanta varietà di grano duro e tenero antico siciliano di cui oggi ci possiamo fregiare. Quando si parla di responsabilità dell’uomo rispetto al cattivo rapporto con la natura, l’ambiente, la storia, dobbiamo tenere presente le giuste percentuali con cui attribuirle. Da una parte l’arroganza di una minoritaria e autocelebrativa elite, dall’altra la molteplicità dei semplici. A ciascuno il suo quoziente di responsabilità. Non possiamo attribuire al ragazzino maleducato che butta la bottiglietta di plastica per terra, la stessa responsabilità del proprietario dell’industria che l’ha prodotta, se questa non rispetta le giuste norme ambientali, o peggio, di chi promuove con scelte politiche il consumo della plastica rispetto al vetro riciclato o  a soluzioni più sostenibili. L’unica colpa che mi sentirei di attribuire ai “semplici” è quella relativa alla rinuncia alla propria felicità, quando, a volte troppo facilmente, ci si lascia sopraffare dalla paura e dallo sconforto, quando ci si convince che le cose non possono cambiare e soprattutto quando invece che pretendere il  proprio  diritto  alla vita, quasi in preda ad una collettiva “sindrome di Stoccolma” si finisce per passare dalla parte dei propri aguzzini.  La luce che avvolge questa terra e che tutto rende magico non consente il lusso dell’arrendevolezza. È  questo lusso che io vedo come colpa, perché consente agli “sciacalletti” di operare indisturbati. Magari facendo finta, di tanto in tanto, di farsi annunciatori di falsi cambiamenti.

Insomma, caro principe, alla fine suo nipote aveva ragione. Macchè, incalza don Fabbrio, Tancredi ha detto quella cosa mentre aveva la testa per aria e l’attenzione rivolta a ben altre passioni!!

Detto ciò si congeda con rituale cordialità. Distoglie con un rumore il fedele Bendicò dal suo torpore, che nel corso di tutta la conversazione ere caduto in uno stato di catartico dormiveglia e lentamente si allontanano dalla stanza.  

 


 

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